Quanto costa l’energia elettrica (al KWh) per le aziende?

L’energia elettrica rappresenta una risorsa essenziale per le imprese, ma comprendere i costi associati risulta complesso. Il prezzo dipende da numerosi fattori, tra cui la tipologia di attività, i consumi energetici e le tariffe del fornitore. In Italia, il riferimento di mercato per l’elettricità all’ingrosso è il PUN (Prezzo Unico Nazionale), calcolato ogni giorno dal GME sul Mercato del Giorno Prima, mentre per il gas naturale il riferimento è il PSV (Punto di Scambio Virtuale). Tutti gli oneri regolati, compresi quelli di rete e di sistema, vengono aggiornati trimestralmente da ARERA e incidono in modo rilevante sulla bolletta finale.

Fattori principali da considerare

Il costo dell’energia elettrica per le aziende è un argomento complesso che dipende da diversi fattori:

  1. Tariffe e contratti: le aziende hanno diverse opzioni tariffarie basate sulla fascia oraria, potenza impegnata e tipologia di consumo;
  2. Profilo di consumo: il consumo varia significativamente per settore di attività e peso della quota energy sul PUN;
  3. Efficienza energetica: investire in LED, isolamento termico e processi ottimizzati riduce la bolletta e sblocca i Certificati Bianchi;
  4. Fluttuazioni dei prezzi: il PUN segue offerta, domanda, prezzi del gas al PSV e quote CO₂ dell’ETS;
  5. Servizi aggiuntivi e tasse: oneri di sistema, accise e IVA pesano sulla spesa complessiva.

Per ottenere il miglior prezzo è consigliabile consultare diversi fornitori, richiedere preventivi personalizzati, analizzare il costo del kWh e confrontare le offerte disponibili sul mercato libero.

Prezzo fisso, indicizzato al PUN o PPA ?

Le imprese energivore hanno oggi tre grandi famiglie di contratto fra cui scegliere. Il prezzo fisso blocca la componente energia per 12 o 24 mesi e protegge il bilancio dalla volatilità dello spot. Il prezzo indicizzato al PUN, invece, consente di beneficiare dei cali del mercato all’ingrosso ma espone agli shock — come quelli vissuti nell’autunno 2022 — ed è quindi indicato solo per chi può modulare la produzione. Sempre più diffusi sono i PPA (Power Purchase Agreement): contratti di lungo periodo, spesso decennali, con un produttore rinnovabile che garantisce all’impresa un prezzo prevedibile e, allo stesso tempo, permette al produttore di finanziare nuovi impianti solari o eolici senza incentivi pubblici. Un PPA virtuale è particolarmente utile a chi ha consumi distribuiti su più siti, mentre un PPA fisico è più adatto a realtà concentrate in un unico stabilimento.

Quanta energia consuma una grande azienda ?

Il consumo energetico di una grande azienda varia notevolmente a seconda del settore di attività e delle attrezzature impiegate. I comparti classificati come «energivori» (acciaio, cemento, vetro, carta, chimica di base) possono superare i 100 GWh all’anno per singolo stabilimento e rientrano nelle agevolazioni gestite dalla CSEA, mentre i data center iperscalari contrattualizzano forniture dedicate in MT o AT.

Esempi per settore

  1. Manifatturiero: elevati consumi per linee di produzione, forni industriali e sistemi di raffreddamento;
  2. Chimico e farmaceutico: processi ad alta intensità energetica con temperature e umidità controllate;
  3. Data center: grandi quantità di energia per server, raffreddamento e infrastrutture di backup;
  4. Industria pesante: consumi significativi per forni, fonderie, estrazione e lavorazioni siderurgiche;
  5. Alimentare e bevande: energia per refrigerazione, cottura, confezionamento e stoccaggio.

I consumi variano in base alla dimensione dell’azienda, alla tecnologia utilizzata e alle pratiche di efficienza energetica adottate.

Decarbonizzazione dei processi hard-to-abate

Per i settori hard-to-abate, come siderurgia, cemento e chimica, la sola riduzione dei consumi non basta a rispettare gli obiettivi del pacchetto Fit for 55 (−55 % di emissioni nette al 2030 rispetto al 1990). Per questo le grandi imprese stanno puntando su due leve tecnologiche. La prima è la CCUS (Carbon Capture, Utilisation and Storage), che consente di catturare la CO₂ di fumi industriali e di stoccarla in giacimenti esauriti o di riutilizzarla come materia prima — progetti pilota sono già attivi nell’Adriatico su iniziativa di operatori italiani. La seconda leva è l’idrogeno verde, prodotto via elettrolisi alimentata da rinnovabili: utile sia come vettore energetico per le alte temperature, sia come agente riducente nella produzione di acciaio, in sostituzione del carbon coke. Il PNIEC 2030 assegna all’idrogeno rinnovabile un ruolo chiave negli usi industriali non elettrificabili.

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Quanta energia consuma una piccola azienda ?

Le piccole aziende mostrano consumi energetici variabili a seconda del settore di attività. Per le PMI, il Testo Integrato del Mercato Elettrico di ARERA consente di scegliere liberamente fornitore e offerta — comprendere la differenza tra mercato libero e tutelato è il primo passo — e oggi una quota crescente adotta contratti indicizzati o con componente verde certificata tramite Garanzia d’Origine.

Esempi per settore

  1. Ufficio: computer, illuminazione, climatizzazione e apparecchiature da ufficio;
  2. Ristorazione: forni, fornelli, frigoriferi e sistemi di ventilazione ad uso intensivo;
  3. Commercio al dettaglio: illuminazione vetrine, registratori di cassa, climatizzazione e sicurezza;
  4. Artigianato: macchinari specifici per falegnameria, meccanica o gioielleria;
  5. Servizi sanitari: apparecchiature mediche, diagnostica e sterilizzazione.

I consumi possono variare significativamente in base alla tipologia di attività svolta, alle dimensioni del locale e alle pratiche di efficienza energetica adottate.

Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) per le PMI

Una novità importante per le piccole imprese è rappresentata dalle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), disciplinate dal D.Lgs. 199/2021 e operative grazie alle regole GSE. Le PMI possono aderire a una CER purché la partecipazione non sia l’attività commerciale principale e purché i membri condividano una cabina primaria. Gli incentivi si articolano su due binari: una tariffa premio sull’energia condivisa e un contributo in conto capitale fino al 40 % per gli impianti situati nei comuni sotto i 5 000 abitanti, finanziato dal PNRR. Per un artigiano, un hotel o un piccolo supermercato, entrare in una CER significa abbassare la bolletta, ammortizzare l’impianto in tempi più brevi e certificare una quota di consumo da fonte rinnovabile tracciata.

Come le aziende possono risparmiare sull’energia ?

Per le aziende, il risparmio energetico è un’opportunità per ridurre i costi operativi, promuovere la sostenibilità ambientale e migliorare l’immagine aziendale. Le misure di efficienza permettono anche di rispettare gli obblighi di diagnosi energetica previsti dal D.Lgs. 102/2014 per le grandi imprese e per quelle energivore, con scadenza quadriennale.

Strategie di risparmio

  1. Efficienza energetica negli edifici: isolamento termico, infissi a bassa emissività e sistemi HVAC efficienti;
  2. Illuminazione a LED: sostituzione delle lampadine tradizionali con LED a basso consumo e maggiore durata;
  3. Sensibilizzazione dei dipendenti: formazione e campagne interne per promuovere comportamenti virtuosi;
  4. Monitoraggio e gestione dei consumi: contatori intelligenti, sensori e software di energy management;
  5. Uso di tecnologie efficienti: motori, inverter e pompe in classe alta, compressori a giri variabili;
  6. Fonti di energia rinnovabile: installazione di un impianto fotovoltaico, mini-eolico o acquisto di energia verde;
  7. Collaborazione con fornitori di energia: negoziazione di contratti vantaggiosi, PPA e programmi di incentivazione.

Adottare queste strategie consente alle aziende di ridurre i costi operativi, migliorare la sostenibilità e contribuire alla decarbonizzazione del sistema produttivo italiano.

Certificati Bianchi e incentivi per l’efficienza

I Certificati Bianchi, noti anche come TEE (Titoli di Efficienza Energetica), sono lo strumento principale con cui lo Stato italiano premia i progetti di efficientamento industriale. Ogni TEE attesta il risparmio di una tonnellata equivalente di petrolio (tep) e viene scambiato sul mercato gestito dal GSE, con valori che negli ultimi anni si sono mossi in una forbice compresa tra 200 e 480 € per titolo. Possono accedervi sia le ESCo sia le imprese che abbiano sostituito motori elettrici, compressori, caldaie a vapore, linee di cogenerazione o impianti di recupero termico. A fianco dei TEE, le imprese possono combinare il credito d’imposta Transizione 5.0 per beni strumentali che riducono i consumi almeno del 3 %, gli incentivi per le CER e le agevolazioni per le imprese energivore riconosciute dalla CSEA.

Il contesto regolatorio: PNIEC 2030 e Fit for 55

Le scelte energetiche delle imprese italiane si inseriscono in un quadro europeo sempre più stringente. Il pacchetto Fit for 55 impone all’Unione europea una riduzione netta delle emissioni di gas serra del 55 % al 2030 rispetto al 1990, con la revisione della direttiva ETS, l’introduzione del meccanismo CBAM alla frontiera sul carbonio incorporato nelle importazioni e nuovi obblighi di efficienza energetica. Il PNIEC 2030, nella sua versione aggiornata trasmessa a Bruxelles, fissa per l’Italia obiettivi ambiziosi: circa 131 GW di potenza rinnovabile installata, una riduzione del 39 % delle emissioni dei settori ESR rispetto al 2005 e una riduzione del 43 % dei consumi di energia primaria. Per un’impresa, comprendere questi obiettivi non è un esercizio accademico: dal rispetto del CBAM dipenderà la competitività sui mercati esteri, dalle aste del Decreto FER X dipenderà il prezzo dei futuri PPA, e dalla disponibilità di idrogeno verde dipenderà la possibilità di continuare a produrre in Italia acciaio, ceramica e vetro a basse emissioni.